Un anno fa un’auto rosa ha spaccato la conversazione. Oggi, tra camuffature e chilometri di test, quel gesto diventa oggetto: la Jaguar che non teme di essere diversa, e che sceglie l’elettrico per tornare sé stessa.
Un anno fa la Jaguar si colorava di rosa con la Type 00. Provocazione? Per molti sì. Meme, editoriali, tweet di ogni genere. Il rumore ha travolto il progetto. Eppure, nel caos, è riemersa una domanda semplice: cosa deve essere oggi Jaguar?

Tom Bury, Product & Services Marketing Director, l’ha messa così: lo spazio “mass premium” non era più “naturale” per il marchio. Serviva un reset. Meno modelli. Identità netta. Differenza visibile. Non copie di nessuno. La concept doveva disturbare. Doveva dire: rotta cambiata. E per farlo, Jaguar ha scelto l’elettrico non come slogan, ma come leva di proporzioni e postura: cofano lungo, tetto basso, sbalzi coraggiosi. Con altri powertrain non si poteva.
Dal rosa al progetto: la nuova Jaguar Type 00
La strategia è chiara. Prezzi “sopra il premium tradizionale, sotto il lusso estremo”. Ogni modello oltre le 100.000 sterline. Volumi non prioritari. Prima si ricostruisce il significato del marchio, poi si misurano i numeri. Concorrenza cinese? Forte nel “mass premium”, meno nell’idea di lusso come cultura del prodotto. Qui Jaguar vuole giocare.
Il punto centrale arriva a metà giornata, su una ex base RAF trasformata in proving ground. La vettura definitiva non si mostra, ma esiste. Camuffata, sì. E molto vicina alla Type 00. Proporzioni lunghe, quasi da “batmobile” in formato coupé a quattro porte. Fianchi alti, vetratura sottile, ruote da 23 pollici. Dietro, un elemento strutturale chiude la coda: niente lunotto. È una gran turismo contemporanea, disegnata attorno all’idea di scorrere veloce e composta.
Presentazione prevista per l’estate 2026. Dati ufficiali? Pochi. Quelli che seguono sono indicazioni raccolte in pista e non ancora certificate. Architettura a tre motori, circa 1.000 CV, torque vectoring, retrotreno sterzante, sospensioni pneumatiche su quattro ruote. Peso attorno a 2.700 kg. Batteria presumibilmente da 118 kWh (deduzione tecnica, non confermata). Le specifiche finali potranno cambiare.
Al volante c’è Rob Burford, Head of Product Character & Performance. Il focus è il comfort. Non lento, però. In rettilineo leggo 150 mph. La macchina resta piatta, progressiva, leggibile. Sulle “country road” ricostruite assorbe dossi e appoggi senza galleggiamenti. È silenziosa, ma non anestetizza. Ti dice cosa succede sotto, milione di input, zero isteria. Burford sorride: “Feels like a Jaguar”. Ha senso. Il lavoro è sulle sensazioni: compostezza, confidenza, ritmo.
Questa prima Jaguar della nuova era servirà a riposizionare il brand. Non tutte le scelte piaceranno. Ma l’obiettivo non è mettere tutti d’accordo. È rimettere in strada un carattere. E in quell’istante, quando la camuffatura taglia l’aria e la coda senza lunotto incide il paesaggio, capisci il vero messaggio. Non è un colore. È una postura. L’elettrico qui non moralizza: permette una forma.
Domanda finale, allora: in un mondo che corre a ottimizzare, c’è ancora spazio per un’auto che sceglie di essere un’idea prima che un algoritmo? Jaguar sembra aver deciso di sì. E la strada, per una volta, ha risposto con un sì sussurrato e molto concreto.





