Niki Lauda, 45 anni fa il terrificante incidente del Nurburgring

Il 1° agosto del 1976 sul mitico tracciato tedesco lo schianto che cambiò la storia di Lauda. Un episodio poi raccontato anche nel film “Rush”

Niki Lauda con Mauro Forghieri al box Ferrari (Photo by McCarthy/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

A due anni dalla scomparsa, Niki Lauda è ancora vivo però nel cuore dei tanti tifosi della F1 e in particolare della Ferrari. L’austriaco è stato uno dei più grandi piloti della storia, che ha conquistato tre titoli Mondiali (1975, 1977, 1984), che sfiorò anche il campionato del mondo del 1976. Che, se non fosse stato per il terribile incidente del Nurburgring, di cui ricorrono oggi, 1° agosto, i 45 anni, avrebbe cambiato la storia di Lauda.

La dinamica dell’incidente di Lauda

Lauda stava dominando il campionato del 1976. Aveva vinto cinque delle prime nove gare (Brasile, Sudafrica, Belgio, Monaco e Gran Bretagna), salendo otto volte sul podio. Il Mondiale sembrava ben indirizzato ma il 1° agosto del 1976 al Nurburgring la vita di Lauda venne stravolta. L’austriaco della Ferrari scattava dalla prima fila, in pole c’era Hunt. La pioggia condizionò il via, tanto che Lauda perse posizioni.

Una volta cambiate le gomme e messe le slick, partì in una disperata rimonta alle posizioni di testa, ma alla curva Bergwerk, ancora bagnata dopo le copiose piogge che avevano colpito poco prima il circuito, arrivò lo schianto: a circa 200 chilometri all’ora Lauda perse il controllo della vettura, anche la poca aderenza fornita dalle gomme slick (ancora fredde), che colpì una roccia a lato del circuito per poi finire in mezzo alla pista.

Nell’impatto il casco di Lauda si tolse e dopo qualche attimo la Ferrari prese fuoco. Il pilota rimase intrappolato per 55 lunghissimi secondi. Decisivo per la sua salvezza l’intervento di alcuni colleghi, tra cui Harald Ertl, Guy Edwards e Brett Lunger, ma soprattutto di Arturo Merzario, che riuscì ad estrarlo vivo dalla monoposto.

E lo stesso pilota italiano tempo dopo raccontò: “Ha perso il casco nel primo impatto e per questo motivo è stato poi esposto alle fiamme e alle bruciature, le esalazioni di magnesio lo stavano uccidendo e non da ultimo, è stato davvero difficile estrarlo dalla macchina. Gli altri usavano l’estintore, io non riuscivo a premere la levetta per sbloccare la cintura perché si dimenava: la sua fortuna fu quella di svenire così io riuscii a liberarlo. Un’altra sua fortuna è stata la respirazione artificiale che ho imparato al militare e che gli ha consentito di rimanere ancora in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi”.

Le conseguenze di quel tragico schianto

Lauda fu subito ricoverato in ospedale con ustioni e ferite. Le sue condizioni erano serie, tanco che un prete gli diede l’estrema unzione. Restò tra la vita e la morte per quasi quattro giorni, poi i medici lo dichiararono fuori pericolo e fu trasferito in un centro dove lo curarono per le grandi ustioni riportate nell’incidente.

Ma dopo soli 42 giorni da quello schianto al Nurburgring, Lauda era di nuovo in pista. “Ritornare rapidamente faceva parte della mia strategia per non stare seduto a casa e pensare al motivo per cui mi era successo”, raccontò anni dopo lo stesso austriaco. Tornato al volante della sua Ferrari a Monza, conquistò un incredibile quarto posto. Il Mondiale si decise poi all’ultima gara al Fuji, in Giappone. La pioggia battente fece desistere Lauda dopo pochi giri, che si ritirò per i troppi rischi che correva. E regalò così il titolo al rivale britannico, James Hunt.

Lauda durante un GP nel 1976 (Foto Tony Duffy /Allsport)

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