Atleti russi banditi, ma è giusto che la politica irrompa nello sport?

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha risvegliato echi bellici che si credeva ormai passato. Ma è giusto punire anche gli sportivi?

Sabato 5 marzo ci siamo svegliati con una notizia. Nikita Mazepin è stato allontanato dalla Haas e con lui lo sponsor che lo ha portato in F1, la Uralkali, alla cui presidenza c’è suo padre. Una decisione, questa, ovviamente malaccolta dal 22enne che, sui social, si è sfogato accusando la scuderia di aver proceduto a senso unico e senza rispettare i dettami della FIA riguardanti la possibilità per i piloti russi e bielorussi di partecipare alle competizioni a quattro ruote malgrado l’invito opposto del CIO.

Nikita Mazepin (Ansa Foto)
Nikita Mazepin (Ansa Foto)

Bene, è difficile credere che Gene Haas abbia talmente preso a cuore le richieste del Comitato Olimpico da sacrificare uno dei suoi driver. Al contrario resta più facile leggere in questa scelta qualcosa di più profondo, da guerra fredda. Una sorta di scacco matto piazzato al nemico nel momento di massima vulnerabilità. Perché in fin dei conti, oggi più che mai la Russia è isolata, almeno per quanto concerne l’Europa.

E’ infatti interessante notare come dai primi momenti del conflitto bellico il team americano, anziché proteggere il #9, abbia ipotizzato una sua sotituizione con la riserva Pietro Fittipladi. Un comportamento non particolarmente elegante e quasi maligno, volto a sottolineare come il suo approdo nel Circus fosse dovuto non al talento, bensì ai rubli, utilissimi, portati dal padre.

E’ giusto che la politica si inserisca ovunque?

Ci vengono in mente le parole di Daniil Kvyat che, su Instagram, ha ricordato i valori unità e pace dello sport. Perché mai degli sportivi dovrebbero pagare per danni che stanno facendo altri? La domanda dell’ex Red Bull e Toto Rosso/Alpha Tauri, che si stanno ponendo in molti, compreso l’ex motociclista Michel Fabrizio, affidatosi a Facebook.

In effetti stupisce e stordisce l’ordine imparito agli atleti paralimpici di Russia e Bielorussia di tornare a casa. Che colpa ne hanno se Vladimir Putin si è autoproclamato novello Attila? Tra l’altro neppure per la prima volta, vedasi gli scontri in Crimea o in Georgia, o ancora nello stesso Donbass, giusto pochi anni fa.

Qualcuno ipotizza che si tratti di una questione diplomatica. Per dimostrare la massima solidarietà con l’Ucraina si adotta il pugno di ferro con l’avversaria facendo piazza pulita di ogni diritto.

E se gli sportivi finora sono stati molto chiacchierati e appunto hanno solleticato l’intervento di governi e federazioni, qualcuno come Andriy Yarmolenko, calciatore del West Ham nativo di San Pietroburgo, ma con passaporto ucraino, ha voluto esporsi in maniera brutale esortando non il resto del mondo, ma i colleghi russi a denunciare pubblicamente quanto sta avvenendo. “Nel mio Paese uccidono persone, donne, madri, i nostri bambini, ma voi non dite niente. Avete influenza sulle persone, per favore! Ora è il momento di mostrare gli attributi“, il suo grido in un video diventato virale.