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Aftermarket auto, crescita da record ma manca il motore umano: l’Italia cerca tecnici che non trova

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Antonio

Il settore dei ricambi auto vola oltre i 31 miliardi, ma la carenza di personale qualificato rischia di frenare sviluppo e competitività.

Il settore italiano dell’aftermarket automotive continua a correre, confermandosi uno dei pilastri più solidi dell’economia nazionale. Tuttavia, dietro numeri in crescita e prospettive incoraggianti, emerge una criticità sempre più evidente: la difficoltà nel reperire personale qualificato.

Auto – Tuttomotoriweb.it

A fotografare la situazione è lo studio “Il settore dell’Aftermarket dell’automotive in movimento”, realizzato dal Centro Studi Tagliacarne per la Camera di commercio di Modena, insieme a quella di Torino e con il supporto di ANFIA. Il quadro che ne emerge è chiaro: il comparto cresce, ma rischia di rallentare per mancanza di competenze adeguate.

Un settore in espansione tra export e occupazione

Con un giro d’affari che supera i 31 miliardi di euro, l’aftermarket automotive – che comprende produzione, distribuzione di ricambi e servizi legati all’auto – rappresenta una componente strategica del sistema produttivo italiano.

I numeri parlano da soli: oltre 400 mila occupati e una produttività superiore alla media nazionale. Le imprese guardano avanti con un cauto ottimismo:

  • circa il 25% prevede un aumento del fatturato,
  • mentre il 36% punta ad assumere nuovo personale entro il 2026.

A trainare il comparto è soprattutto la forte vocazione internazionale: il 67% delle aziende opera sui mercati esteri, consolidando il ruolo dell’Italia come player rilevante nella filiera globale.

Nonostante ciò, la trasformazione tecnologica procede a velocità ridotta. Gran parte delle imprese resta ancora legata alla componentistica per motori tradizionali, mentre gli investimenti nell’elettrico avanzano con prudenza.

Come sottolineato da Giuseppe Molinari, presidente del Centro Studi Tagliacarne, “l’aftermarket automotive si conferma un pilastro tutt’altro che marginale dell’economia italiana”, pur evidenziando alcune fragilità strutturali.

Geografia del business: dove il settore è più forte

La distribuzione territoriale del comparto mostra una forte concentrazione in alcune regioni chiave del Nord Italia:

  • Lombardia: 8,8 miliardi di euro e oltre 100 mila occupati
  • Emilia-Romagna: 4,3 miliardi e quasi 49 mila addetti
  • Veneto: 4,2 miliardi e oltre 54 mila lavoratori
  • Piemonte: 3,7 miliardi e circa 47 mila occupati
  • Marche: quasi 1 miliardo e oltre 14 mila addetti

Questi territori rappresentano il cuore produttivo dell’aftermarket, con un impatto significativo anche sulle economie locali.

Il vero freno: la carenza di competenze

Se i numeri economici sorridono, il mercato del lavoro racconta una storia diversa. Due imprese su tre segnalano difficoltà nel trovare personale qualificato, evidenziando un mismatch sempre più marcato tra domanda e offerta.

Per il 36,8% delle aziende, questa criticità rischia di trasformarsi in un ostacolo concreto alla crescita. Le conseguenze sono già visibili:

  • aumento del carico di lavoro per i dipendenti attuali,
  • incremento dei costi di gestione,
  • rallentamento dei processi produttivi.

A complicare ulteriormente lo scenario si aggiungono le tensioni sulle forniture di componenti strategici – come semiconduttori e batterie – e una crescente pressione competitiva internazionale.

Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino, evidenzia come il settore stia affrontando le stesse sfide dell’intero comparto automotive, tra transizione elettrica e nuove dinamiche globali.

Politiche e futuro: la sfida della competitività

In questo contesto, diventa cruciale intervenire con strategie mirate. Secondo Marco Stella, presidente del Gruppo Componenti di ANFIA, servono politiche di sostegno concrete, soprattutto sul fronte del lavoro e della formazione.

Il futuro dell’aftermarket italiano dipenderà infatti dalla capacità di:

  • attrarre nuove competenze,
  • aggiornare quelle esistenti,
  • accompagnare le imprese nella transizione tecnologica.

Perché senza capitale umano adeguato, anche un settore in crescita rischia di perdere slancio. E il motore dell’economia, senza le persone giuste, difficilmente può continuare a girare alla stessa velocità.

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