Valentino Rossi, dall’Ape alla 24 Ore: “Non era la meta, ma il viaggio a essere un’avventura”
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Antonio
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Dalle folli corse in Ape alle sfide endurance: Rossi racconta la sua vita tra ricordi, errori e una passione che non si spegne.
Parlare di Valentino Rossi significa raccontare una leggenda, ma anche entrare dentro una vita fatta di episodi che spiegano il suo modo unico di vivere il motorsport. Dall’adolescenza tra Pesaro e Montecchio fino alle gare endurance di oggi, il “Dottore” continua a dimostrare che la passione non ha età.
Valentino Rossi (ANSA) – Tuttomotoriweb.it
Nel podcast Tintoria, registrato alla Fabbrica del Vapore di Milano, Rossi ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua vita, tra ricordi divertenti e riflessioni sulla sua evoluzione come pilota.
L’Ape, le “sportellate” e una giovinezza fuori dagli schemi
“Era un periodo bellissimo della mia vita, avevo più o meno 15-16 anni e andavo a scuola a Pesaro”, ha raccontato Rossi al podcast Tintoria. Un’epoca fatta di libertà e piccoli problemi quotidiani, come il tragitto per andare a scuola. Il freddo e la pioggia dell’inverno lo portarono a cercare un’alternativa alla moto, ed è qui che entra in scena l’idea del padre Graziano: “Perché non prendiamo un’Ape? Così vai al chiuso”. Una scelta insolita, che però cambiò tutto.
“In zona l’Ape era un mezzo da persone più grandi, per andare nell’orto. Non era da giovani. Ma da quel momento è diventato un mezzo per ragazzi, perché tutti i miei amici se lo sono comprato”, ha spiegato Rossi. Più che il punto di arrivo, però, contava il percorso: “La cosa bella non era dove andavi, ma il viaggio. Anche per andare a Rimini a giocare a bowling, era già un’avventura, tipo Indiana Jones”.
Quelle Ape, spesso vecchie e robuste, erano perfette per un divertimento tutto particolare: “Erano di lamiera, quindi potevamo darci le ‘sportellate’”. Un gioco diventato rituale tra amici: “Chi parcheggiava per primo, gli altri gli parcheggiavano addosso, urtandolo. Ci divertivamo così”.
Ma non mancavano le conseguenze. Rossi ha ricordato anche un episodio emblematico: “Sono riuscito a farmi sequestrare due mezzi in un solo giorno”. Prima lo scooter, per guida senza casco, poi l’Ape dopo un inseguimento dei carabinieri. “Ci hanno fermato e ci hanno lasciato lì a piedi. Quando mio padre lo ha saputo, non era proprio contento”.
Dalla spensieratezza alla disciplina: la nuova sfida nell’endurance
Col tempo, l’approccio di Rossi è cambiato radicalmente. Oggi la sua preparazione è meticolosa e tecnologica. “Questa mattina mi sono svegliato, mi sono allenato e ho fatto giri al simulatore, perché domani ho un test a Monza”, ha raccontato sempre a Tintoria.
Il simulatore è uno strumento fondamentale: “Prima dei test faccio circa cinquanta giri per ricordare la pista”. Non si tratta di un semplice videogioco: “È un gioco, sì, ma di altissimo livello. Si chiama iRacing ed è su computer, non su console”.
Il livello di realismo è tale che Rossi utilizza lo stesso volante della sua auto da corsa: “È identico, lo puoi togliere dalla macchina e montarlo sul simulatore”. E online mantiene anche una certa discrezione: “A volte gioco con sconosciuti, ma sono ‘Valentino Rossi 2’, quindi non sanno che sono io”.
Oggi il nove volte campione del mondo affronta una delle sfide più dure del motorsport: le gare di resistenza. “Corriamo in tre piloti, facendo dei turni”, ha spiegato. La fatica è enorme: “Salti in macchina, spingi al massimo per una o due ore, poi scendi distrutto e guardi il tempo: restano ancora 19 ore e 37 minuti”.
La gestione del recupero diventa cruciale: “Quando scendi, ti fai la doccia, stanza buia, tappi nelle orecchie e provi a dormire”. Ma il momento più difficile resta la notte: “Quando devi tornare a guidare alle sei del mattino, non capisci nemmeno dove sei e pensi: ‘Chi me l’ha fatto fare?’”. Dalle “sportellate” tra amici alle notti infinite nelle gare endurance, la carriera di Valentino Rossi è la dimostrazione che lo spirito competitivo non si costruisce: nasce dentro e ti accompagna per tutta la vita.