Il licenziamento di Binotto è anomalo: la Ferrari desta stupore

Binotto fuori dalla Ferrari continua a far chiacchierare. E dall’Inghilterra si stupiscono per come è avvenuto l’allontanamento.

Era il 29 novembre quando veniva ufficializzata l’uscita dalla Ferrari di Mattia Binotto dopo quasi un trentennio di collaborazione. Senza alcun particolare rammarico o dispiacere (l’unico vero messaggio sentito sul tema è stato forse quello di Antonio Giovinazzi) l’ingegnere italo-svizzero è stato messo alla porta per aver mancato gli obiettivi fissati, anche se, ovviamente, nel comunicato si legge che è stato lui, di comune accordo con la dirigenza del marchio, a decidere di andarsene.

Mattia Binotto (ANSA)
Mattia Binotto (ANSA)

Sebbene dal 2020 i progressi siano stati costanti, tanto che da sesta forza in campo, la Rossa è passata ad essere terza e poi seconda quest’anno, i numerosi errori accumulati hanno fatto sì che il dirigente saltasse.

A pesare sulla sorte del 53enne pure il non aver avuto il coraggio di puntare tutto su Charles Leclerc, creando dissapori e confusioni interne. Un esempio è stato il GP di Silverstone lasciato a Carlos Sainz. Motivo di tensioni nel box, in quanto secondo una parte di esso tutti gli forzi sarebbero dovuti essere indirizzati al monegasco, prima guida in pectore.

La cacciata di Binotto densa di interrogativi

E’ interessante notare come la scelta del presidente di Stellantis e del brand modenese John Elkann non sia corrisposta con una sostituzione. Al momento, infatti, la scuderia è senza una team principal. E in una fase cruciale come questa, con un campionato al via già a inizio marzo, non sembra il massimo della vita.

Proprio per questo, commentando quanto avvenuto in Emilia, l’ex pilota Martin Brundle si è detto stupito.

In occasione di un evento a Londra, il britannico ha definito “strano”, il modo in cui si è verificato lo strappo definito. Liberarsi del tecnico nato a Losanna, significa dover trovare soluzioni per diversi reparti, alla luce dei suoi molteplici ruoli occupati dal 2019. Anno in cui è subentrato a Maurizio Arrivabene.

Quando si lavora per Maranello, si lavora per un Paese non per una squadra“, ha dichiarato a Sky Sports UK, rimarcando la convinzione che hanno tutti all’estero, ovvero che la pressione esercitata sull’equipe italiana sia di molto superiore rispetto a quella di qualsiasi altra realtà motoristica al mondo. Un pensiero che probabilmente è un retaggio del passato, non fosse per quel briciolo di caos che fa la stampa specializzata all’indomani dei GP.

A lasciare perplesso il 63enne è esattamente il punto che ad oggi la posizione di capo è scoperta. “In un attimo hanno perso il responsabile del team e del reparto tecnico. A meno che non sappiano di avere a disposizione qualcuno di piuttosto valido da mettere al suo posto, si tratta davvero una mossa anomala“.

Stando ai media tedeschi i due principali candidati al muretto rosso sarebbero Jonathan Giacobazzi, già executive race manager, e la ex boss della Sauber Monisha Kaltenborn.

Due opzioni sui generis che tuttavia potrebbero funzionare. “Se si guarda alla storia della Scuderia ha avuto successo quando era in mano agli stranieri. Con Jean Todt, francese, Ross Brawn, inglese, e Rory Byrne, sudafricano“, ha sottolineato il commentatore tv, convinto che qualcuno di non immediatamente raggiungibile dai giornali dello Stivale, potrebbe portare quella calma necessaria per raccogliere i risultati che mancano da tempo.