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Motociclismo

Settantun anni fa nasceva Barry Sheene, il genio ribelle del Motomondiale

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Oscar Slaifer

Un talento unico, capace di gare memorabili e di botti incredibili. Sheene è rimasto un’icona del motociclismo. E oggi avrebbe compiuto 71 anni

Sheene in azione a Hockenheim nel 1979 (Foto Don Morley/Getty Images)

Una vera leggenda del Motomondiale è nata esattamente l’11 settembre del 1950. Parliamo di Barry Sheene, il funambolo inglese dure volte campione del mondo, che ha stupito tutti in pista e fuori. Un po’ come il connazionale James Hunt in F1. E come lui è diventato un’icona.

Sheene, un “Iron Man” di successo

Nato nella periferia londinese, Sheene fu introdotto nel mondo delle moto da suo padre Frank, meccanico. Esordì come pilota di motociclismo a diciotto anni e nel 1970 ebbe l’opportunità di esordire nel mondiale in occasione dell’ultima prova stagionale, il GP di Spagna. Corse in classe 500 in sella ad una Bultaco ma dovette ritirarsi; utilizzando invece una Suzuki ottenne il secondo posto in classe 125.

In pista era un vero fenomeno, uno da imitare. Passato alla 500 nel 1974, fino al 1981 Sheene conquistò 19 vittorie che gli valsero, nel 1976 e nel 1977, il titolo di campione del mondo con la Suzuki RG 500. Tra tutti fu uno il successo più bello, quello del 28 giugno 1975, quando regalò alla Suzuki 4 cilindri la prima vittoria sul circuito di Assen, l’Università della moto, nella “mezzo litro”. Il tutto sorpassando un altro mito come Giacomo Agostini all’ultimo giro nella S prima del traguardo.

Passò alla storia come “iron man” (l’uomo d’acciaio), per via della enorme quantità di metallo contenuta nelle viti che i chirurghi gli avevano impiantato a causa dei suoi numerosi infortuni di gara. Come quello terribile nel 1975, quando sulla sopraelevata di Daytona rimediò fratture in tutto il corpo a causa dello scoppio dello pneumatico posteriore della sua Suzuki TR 750 e la conseguente caduta a 280 km/h.

O come quello al Paul Ricard nel 1980, dove subì l’amputazione del mignolo sinistro. O come quello del 1982 durante le prove per la gara di Silverstone, dove finì con la sua Yamaha 500 contro la moto del francese Patrick Igoa caduto poco prima e rimasto in mezzo alla pista. I medici dovettero impiantargli 27 viti alle gambe, ma alla fine, come sempre, tornò in pista a lottare per vincere.

Un personaggio anche fuori dalla pista

La celebrità di Sheene è stata superiore a piloti che avevano vinto di più o avrebbero vinto di più. Merito del talento e della personalità che riusciva a esprimere anche fuori dalla pista.

“Non mi serve il contagiri. E i freni li uso poco”, diceva. Era proprio come il suo grande amico James Hunt, l’esempio più vivido dell’anticonformismo e dei vizi proibiti. Entrambi però furono portati via anzitempo dal destino beffardo (lui nel 2003 da un cancro, James da un infarto esattamente 10 anni prima), dopo essere sopravvissuti a incidenti di ogni tipo.

Fu anche il primo pilota del motomondiale a rinunciare al numero 1 di campione del mondo per tenere il suo numero 7 sulle carene, ad indossare tute di pelle colorate (anziché nere, come si usava all’epoca) e a chiedere il paraschiena o a indossare il casco integrale. Insomma un vero personaggio, che ancora oggi emoziona.

Barry Sheene (Foto Norman Quicke/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

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Oscar Slaifer

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