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Categories: Formula 1

Perché la F1 si chiama così? Ecco com’è nato il nome

Published by
Chiara Rainis

E’ conosciuta in tutto il mondo come la serie apice del motorsport. Ma com’è nata la F1? E soprattutto chi le ha dato quel nome?

Oggi fa molto discutere, specialmente perché i suoi cultori più romantici non la riconoscono più. Tra l’introduzione dei motori ibridi avvenuta nel 2014 con conseguente muto al ruggito dei motori, e la nuova direzione data da Liberty Media sempre più orientata allo spettacolo e meno allo sport, la F1 delle vecchie generazioni è prodotto da soffitta.

Le fasi di partenza di
un GP di F1 (ANSA)

Oggi esistono i calendari ingolfati, i GP venduti a circuiti e tv a prezzi astronomici, l’approdo delle vicende della categoria sulla piattaforma Netflix con una serie “Drive To Survive”, diventata pane per i denti anche per chi di competizioni automobilistiche non sa niente.

Insomma, il Circus attuale è lontano anni luce da quello che a fine 2016 Bernie Ecclestone e la CVC diedero in mano all’azienda americana, con la speranza che questi non lo snaturassero. Ed invece, il peggio è accaduto. Ora, siamo sì ansiosi di assistere ad un nuovo testa a testa tra i vari Verstappen, Hamilton e Leclerc, ma altresì consapevoli che tutto è distante, inarrivabile, un po’ posticcio.

Perché la F1 si chiama così?

Dunque, per rasserenare un attimo il cuore dei tifosi nostalgici. Quelli che non si perdevano un gran premio e quando si correva in Australia, si alzavano alle quattro del mattino. Rivediamo un po’ i primordi della top class.

I primi vagiti ci riportano al 1946 quando la Commissione Sportiva Internazionale (CSI) diede vita ad un campionato dedicato alle monoposto. In pochi lo sanno, ma inizialmente l’avevano chiamata Formula A per riprendere la classificazione in uso nel karting. Ma dopo un paio di stagioni, si optò per il cambio, adottando il numero 1 per sottolineare il suo rappresentare il vertice del motorsport. Per quanto riguarda la parola “formula”, invece, stava ad indicare che i veicoli, per battersi nella categoria dovevano rientrare in precise regole relativamente al motore, al telaio e all’aerodinamica.

I propulsori aspirati da 4,5 litri, andarono ad affiancare in perfetto equilibrio quelli da 1,5 supercompressi delle vetture anteguerra. E la prima corsa fu disputata in Italia, a Torino, sul circuito del Valentino, con le auto a sfrecciare lungo i viali nei pressi del Borgo Medioevale. A vincere fu il leggendario Achille Varzi su una Alfa Romeo 158, per tutti Alfetta.

Al principio non c’erano delle vere classifiche piloti e costruttori e i gran premi erano una ventina, perlopiù in Europa e si svolgevano tra la primavera e i primi d’autunno. Dal Regno Unito, alla Francia (Parigi, Comminges, Pau, Marsiglia, Albi e Nizza), al Belgio (Chimay), all’Italia (oltre al tracciato piemontese, si faceva Bari, Milano, Modena, Napoli, Pescara, Sanremo e Siracusa).

Una particolarità riguarda la pista cittadina di Ospedaletti che ospitava il round sanremese. Fu protagonista dal 1948 al 1951 per quanto riguarda la classe regina, mentre successivamente ospiterà un altro genere di automobili prima di chiudere nel 1972.

A quell’epoca le marche dominatrici provenivano dallo Stivale e anche molti piloti provenivano dal Bel Paese.

Non a caso, il Mondiale vero e proprio fece il suo debutto a Silverstone nel 1950 e a fare bottino pieno, con pole position, successo e giro veloce fu il torinese Nino Farina su Alfa, il quale a fine annata condividerà il medesimo numero di successi di un altro big del team del Biscione come l’argentino Juan Manuel Fangio.

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Chiara Rainis

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