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Formula 1

Jochen Rindt, 51 anni fa quel misterioso incidente mortale a Monza

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Oscar Slaifer

In lotta per il Mondiale, Rindt se ne andò durante le qualifiche sul circuito italiano. E ancora sono poco chiare le cause di quel botto

Jochen Rindt (Photo by Ted West/Central Press/Getty Images)

Un campione, anche se la certificazione con il titolo iridato arrivò solo dopo la sua morte. Jochen Rindt è stato un pilota di grande talento, ma solo il destino gli ha tolto la soddisfazione di vivere il sogno di ogni ragazzo al volante, quello di diventare campione del Mondo di F1.

F1, passione irresistibile per Rindt

Jochen Rindt nacque a Magonza nel 1942, durante la seconda guerra mondiale. I suoi genitori morirono durante un bombardamento aereo due anni dopo e fu adottato da nonni residenti a Graz, in Austria. Fin da piccolo però ebbe una grande passione per l’automobilismo e, nel 1961, decise di vendere l’azienda lasciatagli dal padre in eredità per cominciare a gareggiare, prima nei rally e poi nel campionato turismo.

Il suo debutto in monoposto avvenne nel 1963, con la partecipazione al campionato di Formula Junior, dove ebbe l’occasione di competere con altri piloti di rilievo come Stewart e Siffert. L’anno seguente passò alla Formula 2, dove vinse in pochi anni 45 corse, un numero folle per l’epoca. E poi battendo piloti come Clark e Hill, non comprimari. Nel 1965 addirittura riuscì a imporsi alla 24 Ore di Le Mans in coppia con Masten Gregory. La fama lo precedeva. E alla fine lo sbarco in F1 fu inevitabile.

Uno stile unico e una fine assurda

Rindt era un pilota velocissimo sul giro, tanto che la stampa specializzata prese a chiamarlo “Grindt” visto il suo temperamento davvero “focoso” in pista. Gli altri suoi appellativi erano “Dynamite” o “Tiger”, per via di quel naso schiacciato. Ma lui schiacciava soprattutto il pedale del gas. Ed era veloce davvero.

Dopo diversi anni in Brabham e Cooper, la grande occasione per Rindt arrivò con il passaggio alla Lotus. Nel 1970 diventò il pilota di punta della scuderia e riuscì a vincere cinque gare. E al Gran Premio d’Italia a Monza ci arrivò come primo in classifica generale, con un consistente vantaggio sugli inseguitori e con l’obiettivo di vincere matematicamente il titolo mondiale. Ma successe qualcosa d’incredibile.

Durante le qualifiche, il pilota perse il controllo della vettura appena prima della curva Parabolica, andando a urtare violentemente contro il guard rail. La sua Lotus si disintegrò e Rindt morì durante il trasporto all’ospedale. Ancora oggi però non sono chiare le cause dell’incidente. L’ipotesi più accreditata riguarda un problema all’impianto frenante.

Il pilota poi fu davvero sfortunato, perché l’angolo di impatto non era dei più pericolosi, ma la ruota sinistra si infilò sotto il parapetto, dove probabilmente dei tifosi avevano scavato una buca per entrare clandestinamente nell’autodromo, e causò una rapidissima rotazione. La morte di Rindt fu causata principalmente dal piantone dello sterzo, che sfondò lo sterno del pilota tedesco: le cinture di sicurezza si strapparono parzialmente dai sei punti di ancoraggio alla scocca e non ressero alla decelerazione dell’impatto, proiettando il pilota in avanti verso il volante.

Ai soccorritori il pilota apparve con gli arti inferiori completamente esposti. Sulla morte di Rindt indagò anche la magistratura italiana, che mise sotto accusa la Lotus e Colin Chapman per la scarsa solidità delle sue vetture. Rindt che poi portò a casa comunque il titolo, perché la vittoria di Emerson Fittipaldi al Gran Premio degli Stati Uniti impedì a Jacky Ickx di superare l’austriaco in classifica generale: in tal modo fu il primo e ancora oggi unico campione del mondo postumo.

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Rindt in pista nel ’67 (Photo by Victor Blackman/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)
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Oscar Slaifer
Tags: Jochen Rindt

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