La tragica scomparsa di Dupasquier al Mugello ha scatenato il solito valzer di critiche alle gare di auto e moto.
Ogni qualvolta si verifica un evento brutale e traumatico come può essere una morte in pista, tutti si sentono in diritto, e forse in dovere, di esprimere la propria opinione. Per amor di Dio, cosa assolutamente legittima, dato che viviamo in una democrazia in cui la libertà di parola è difesa dalla Costituzione nel suo articolo 21, ma il problema è che in questi casi, a parlare o a scrivere è pure chi non conosce assolutamente nulla dell’argomento e non avrebbe i titoli per diffondere opinioni denigratorie o di esaltazione che siano.
I piloti non sono degli avventati, menefreghisti dell’esistenza terrena, ma neppure degli eroi. Sono semplicemente delle persone, dei giovani e giovanissimi che hanno scelto di fare un lavoro fuori dal comune, capace di darti soddisfazioni ed emozioni uniche, e in egual misura delusioni cocenti e colpi al cuore strazianti.
Mettere in croce loro e lo sport è polemica sterile e fine a sé stessa. Non porta da nessuna parte. E non aiuta a risolvere il problema principale, che è quello della sicurezza, molto migliorata rispetto a decenni fa, e tuttavia per certi versi ancora carente.
Anziché biasimare cavalcando l’onda della cronaca, nella fattispecie la scomparsa del 19enne della Moto 3 Jason Dupasquier, bisognerebbe proporre. Immaginare soluzioni perché questi ragazzi, animati da una passione sanguigna e debordante, possano continuare a divertirsi e a divertire, vedendo allontanarsi lo spauracchio letale, pur nella consapevolezza che il rischio c’è e ci sarà sempre essendo l’anima stessa della disciplina.
Fa sorridere, e ancor di più arrabbiare, lo sfogo social di un personaggio noto della nostra tv/ politica, che ha definito incomprensibili le competizioni, poiché mettono in pericolo la vita di chi vi partecipa, bollandole addirittura come senza principi. Peggio del Palio di Siena che piega dei cavalli all’euforie e alle pratiche di lunga data di una cittadina italiana.
Ebbene, anche noi potremmo farci la stessa domanda al contrario. Che senso può avere farsi invitare nelle trasmissioni televisive ed urlare, insultando l’interlocutore di turno? E’ forse questo un bel messaggio? Un insegnamento da dare alle nuove generazioni?
Chiara Rainis
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