Giacomo Agostini, leggenda del motociclismo, racconta la pressione che sta montando sulle spalle di Valentino Rossi per lasciare la MotoGP
Il primo, almeno tra i volti noti del Motomondiale, a farsi avanti per chiedere apertamente a Valentino Rossi di lasciare le corse è stato Marco Lucchinelli. Il primo, ma non certo il solo.
Sono in tanti, infatti, tra gli addetti ai lavori e anche i semplici tifosi, a spingere perché il Dottore decida di appendere il casco al chiodo al termine di questa stagione, invece di proseguire questo calvario che lo vede mestamente costretto nelle ultime posizioni dello schieramento. A svelare queste pressioni indirette dell’opinione pubblica a favore del ritiro del nove volte iridato è stato un suo collega campione, Giacomo Agostini.
“Recentemente ero ad una cena in Italia e la cuoca era una 70enne mia ammiratrice”, ha raccontato l’ex pilota di motociclismo ai microfoni del quotidiano sportivo spagnolo As. “Mi disse che un tempo era una mia tifosa ma che ora era innamorata di Valentino Rossi. E questo è bello, perché lui ha vinto tanto. Però mi ha detto: ‘Giacomo, perché non chiedi a Valentino di ritirarsi?’. Alcuni mi chiedono di dire a Rossi di farsi da parte, ma io non posso farlo. Sono triste nel vedere Valentino che non vince, ma non posso dirgli niente, perché è una scelta personale. Ho rispetto per lui e non voglio essere il suo maestro, il suo professore o suo padre. Il papà di Valentino (Graziano Rossi, ndr) dice che dovrebbe correre per altri tre o quattro anni, ma io non sono suo padre e non gli dico nulla”.
Certo, anche per Ago assistere a queste prestazioni deludenti del fenomeno di Tavullia è doloroso: “Non mi piace vederlo così, perché Valentino è stato spettacolare per molti anni. Tutti lo hanno ammirato, perché regalava gioia”. Ma non esclude del tutto lo scenario di un suo riscatto, per quanto improbabile: “Finché c’è vita c’è speranza, si dice, ma la realtà è quella che è”.
Agostini, che in carriera ha vinto ancora più titoli mondiali di Rossi, ben quindici, comprende bene la difficoltà che un fuoriclasse attraversa al momento di accettare la fine di una carriera sportiva lunga e irripetibile. Lui stesso visse sulla sua pelle le problematiche di un periodo di declino.
“Ognuno decide con la propria testa”, prosegue Mino. “Non mi piace fare il padre o il maestro. Posso solo pensare a me stesso e a cosa decisi io: quello che dicono gli altri non mi interessa. Quando correvo e iniziai ad arrivare, secondo, terzo, quarto e quinto mi sentivo molto male. Prima di tutto, perché la gente iniziava a dire che Agostini era finito, che non era più quello di prima. Questo mi faceva star male e mi dicevo che probabilmente avevano ragione. Avevo abituato i tifosi e tutti coloro che mi amavano a festeggiare le mie vittorie in pista e quelle stesse persone, a quel punto, erano tristi perché Agostini non vinceva. Ho regalato loro la felicità ogni domenica sera, finché ci sono riuscito. Mi ricordo una volta a Spa, in Belgio, alcuni tifosi italiani mi avvicinarono per ringraziarmi: lavoravano in una miniera e dopo ogni mia vittoria ci tornavano a testa alta”.
E lo stesso bresciano ci mise molto tempo prima di comprendere che era arrivato il momento di abbandonare: “Ci pensai molto sopra, perché si trattava di decidere di lasciare il mio più grande amore. Fin da quando nacqui non pensavo alle ragazze, o alle macchine o al resto. Pensavo alle moto, che erano il mio amore. Quando decisi di ritirarmi piansi per tre giorni. Sapevo di lasciare qualcosa che non avrei mai più riavuto indietro. La gioia che ti regalano la vittoria, il podio, il pubblico che ti ama, non te la dà nient’altro. Puoi anche diventare il presidente della Fiat, ma essere una persona importante non è la stessa sensazione di vincere una gara di moto. È difficile per chiunque dire basta”.
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