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Dieselgate: Mercedes-Benz paga 150 milioni di dollari negli USA per chiudere il caso delle emissioni illecite

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Simone Tortoriello

Un altro capitolo del lungo dopoguerra del Dieselgate. Una cifra che pesa, migliaia di auto da sistemare, promesse di vigilanza. Ma anche la sensazione che il passato, quando si tratta di emissioni, non resti mai davvero passato.

Ci sono storie che non finiscono. Cambiano tribunali, avvocati, città. Ma tornano. Il caso delle emissioni truccate è una di queste. Negli Stati Uniti, dove lo scandalo ha scavato in profondità, un nuovo tassello si aggiunge oggi. Non è solo una cifra su un assegno. È il segno di un’industria che ha dovuto rivedere priorità, processi, linguaggi.

Dieselgate: Mercedes-Benz paga 150 milioni di dollari negli USA per chiudere il caso delle emissioni illecite

La notizia riguarda la filiale americana di Mercedes-Benz. Parliamo di un intesa con i procuratori generali di 48 Stati. Ci sono anche Porto Rico e il Distretto di Columbia. L’accordo è un patteggiamento. Serve ancora il via libera di un tribunale. L’azienda, come spesso accade in questi casi, nega responsabilità e ribadisce l’infondatezza delle accuse. Ma accetta di pagare e di prendere impegni concreti.

Cosa prevede l’accordo

Il cuore dell’intesa è economico e operativo. La Casa pagherà 149,6 milioni di dollari. La ripartizione è chiara: 120 milioni andranno subito ai singoli Stati. I restanti 29,6 milioni si ridurranno di 750 dollari per ogni veicolo che la Casa riuscirà a riparare, ritirare dal mercato o riacquistare. La misura punta all’effetto reale, non al solo risarcimento.

C’è poi il capitolo tecnico. Mercedes dovrà sostituire il software su 39.565 veicoli non riparati fino ad agosto 2023. È un numero preciso, che racconta quanti casi restano aperti nella pratica quotidiana delle officine. Per i proprietari, l’accordo prevede un’estensione di garanzia e un pagamento di 2.000 dollari a testa. Non è solo un gesto. È una rete di sicurezza su sistemi che, in passato, hanno generato più di un grattacapo.

Il documento include obblighi di controllo e nuove procedure interne. Parole come “compliance” e obblighi di vigilanza smettono di essere slide in un meeting e diventano clausole vincolanti. Chi ha lavorato in un reparto qualità sa cosa significa: audit più fitti, catene di approvazione più strette, prove che non lasciano zone d’ombra.

Un precedente pesa sullo sfondo. Nel 2020 la Casa aveva già firmato negli USA un accordo da 1,5 miliardi di dollari con il governo federale e la California per chiudere il capitolo penale e ambientale legato alle accuse di frode. Oggi la società parla di “adeguati accantonamenti di bilancio” e di chiusura di tutti i procedimenti pendenti negli Stati Uniti. È una formula che vuole rassicurare investitori e mercato: i rischi sono misurati, i conti sono sotto controllo.

E adesso?

La domanda vera è un’altra: cosa resta, oltre ai milioni di dollari? Resta una lezione sulla trasparenza. Resta l’attenzione spasmodica ai valori di emissioni anche nei test su strada, con autorità più esigenti e consumatori meno indulgenti. Resta, nelle officine, l’immagine di un tecnico che aggiorna una centralina mentre il cliente chiede: “E stavolta, tutto a posto?”.

Se guidate una berlina diesel di quel periodo e vivete negli Stati Uniti, controllate i canali ufficiali: potrebbero arrivare comunicazioni su richiami o rimborsi. Se lavorate nel settore, sapete che queste clausole cambiano procedure e tempi, non per un mese ma per anni.

Forse la cifra colpisce. Ma colpisce di più l’idea che un software possa piegare la fiducia. La tecnologia, in fondo, è neutra: siamo noi a darle un’etica. La prossima volta che accendiamo un motore e vediamo spegnersi la spia, siamo sicuri di spegnere anche i dubbi?

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Simone Tortoriello

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