Una sala gremita, taccuini aperti e un invito schietto: smettere di incendiare il dibattito sull’auto e tornare ai fatti. A Roma, alla Luiss, Roberto Pietrantonio chiede una svolta di tono e di metodo: meno slogan, più scelte che funzionano nel mondo reale.
Unrae – Pietrantonio: “È tempo di cambiare la narrazione tossica sulla politica automobilistica”
L’aria, in sala, era quella delle giornate spartiacque. Pietrantonio, presidente Unrae, non ha cercato ammiccamenti: ha messo in fila problemi e proposte. Nel giorno in cui a Bruxelles si parla di phase-out 2035 (i dettagli operativi restano in evoluzione: indicazioni ufficiali aggiornate andranno verificate sui canali della Commissione), il numero uno delle Case estere in Italia ha chiesto una rotta nuova: transizione e competitività devono correre insieme, non l’una contro l’altra.
Secondo Unrae, la regolazione europea ha premuto troppo forte sull’acceleratore senza costruire i “fattori abilitanti”: infrastrutture di ricarica, filiere, politiche industriali coordinate. Il risultato lo conosciamo: investimenti colossali, ritorni più lenti, e una incertezza tecnologica che frena consumatori e imprese. Qui arriva il primo no secco: l’idea di un 70% obbligatorio di “made in Europe” per i contenuti auto. “Non si compete alzando muri, ma costruendo ponti.” Un messaggio che suona pragmatico.
Il punto dolente, però, è l’Italia. Il nostro mercato per le auto elettriche resta in coda all’Europa. Dati ACEA 2023: BEV al ~4,2% in Italia, contro una media UE sopra il 14% (fonte: ACEA, Market Share by Fuel Type). Una distanza che pesa, soprattutto nel canale aziende, motore naturale del ricambio. Qui la critica è diretta alla politica: incentivi a singhiozzo, messaggi contraddittori, una narrazione polarizzata che ha disorientato la domanda e rallentato gli investimenti nei punti di ricarica. Lo si percepiva anche tra i presenti: ogni volta che si citavano “stop-and-go” e burocrazia, più di uno annuiva in silenzio.
Eppure, i numeri dimostrano che, quando la regia funziona, gli effetti arrivano. Tra 2024 e 2025 lo Stato ha stanziato 923,4 milioni di euro per le vetture 0-60 g/km di CO2, con oltre 90 mila immatricolazioni attivate (fonte: Unrae, conferenza stampa Luiss Roma). Ma il passaggio più interessante è un altro, e sposta l’attenzione sul rapporto tra fiscalità e scelte d’acquisto.
Pietrantonio sostiene che basterebbero 85 milioni per ottenere più di 100 mila nuove auto green aziendali nella fascia 0-60 g/km. Come? Con semplici aggiustamenti ai criteri di deducibilità delle auto in flotta. L’idea è allineare l’Italia alle migliori pratiche europee: esempi concreti non mancano. In Germania, la tassazione del benefit in kind per le EV aziendali scende allo 0,25% del prezzo rispetto all’1% delle termiche; in Francia, bonus-malus e fiscalità modulata sulle emissioni guidano in modo lineare il rinnovo parco (fonti pubbliche: Ministero delle Finanze tedesco e francese; quadri normativi soggetti ad aggiornamenti). Un adeguamento simile, in Italia, spingerebbe gli acquisti delle imprese, immetterebbe in circolo usato di ultima generazione, migliorerebbe sicurezza stradale e qualità dell’aria, e porterebbe gettito nel medio periodo.
Non è solo tecnica. È linguaggio. Pietrantonio chiede a media e politica di smettere di raccontare la revisione del regolamento UE come un funerale dell’elettrico. Non ci sono “nemici immaginari” da abbattere; c’è una transizione da governare con realismo. Un giornalista, uscendo, bisbiglia: “Se il tono cambia, cambia anche il mercato”. Forse è retorica. O forse è il punto.
In fondo, siamo un Paese che sa costruire, quando smette di bruciare energie in contrasti sterili. La domanda, allora, è semplice: vogliamo continuare a litigare sul lessico o preferiamo vedere, tra un anno, colonnine più affidabili, flotte più pulite e famiglie che scelgono con serenità? La strada c’è. Dipende da quanto rumore vogliamo ancora confondere con la realtà.
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