Il ferrarista Leclerc parla del suo rapporto con il fratello Arthur e con il padre Hervé, scomparso, che lo ha introdotto all’automobilismo.
Alle spalle dei corridori di auto o moto c’è sempre una famiglia che investe in maniera importante. Come noto, almeno per quanto riguarda chi decide di seguire il percorso delle monoposto, non si percepisce un vero stipendio finché non si approda nel Circus, sempre che si sia fortunati abbastanza da arrivarci. Ecco perché il senso di riconoscenza dei driver nei confronti dei propri cari è spesso forte. Negli anni, soprattutto nell’era moderna è capitato con frequenza di intravedere nei box padri, madri e congiunti vari. Una pratica anomala nella F1 dell’epoca ruggente, ma ormai sdoganata.
A breve però potremmo assistere ad una cosa ancora più particolare e singolare, ovvero la presenza nella classe regina di due fratelli. Stiamo parlando di Charles e Arthur Leclerc.
Il 24enne rappresenta il presente del Cavallino, mentre il 21enne potrebbe diventarne il futuro militando oggi in Formula 3 con la Prema, legata a sua volta alla FDA.
“Capita che mi faccia notare dei dettagli a cui in abitacolo non ho prestato attenzione e questo mi aiuta molto“, ha rivelato al sito della Ferrari il “Predestinato”, “Ci supportiamo a vicenda e lui sa che in caso di bisogno io ci sarò sempre anche se preferisco non mettere troppo becco nella sua carriera“.
Dunque, un buon rapporto quello dei due monegaschi alimentato dal gusto per la competizione. “Da bambino mio fratello voleva sempre imitarmi e battermi, ma essendo io il più grande avevo spesso la meglio. Poi crescendo il divario si è assottigliato in tutto. Adesso, ad esempio è piuttosto dura primeggiare nel padel o nel tennis”, ha proseguito confessando che la “rivalità” va ben oltre il motorsport.
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E se per entrambi la vita è diventata ciò che prima era una passione, ovvero le corse in auto, il merito è di papà Hervé, comparso nel 2017 ad appena 54 anni dopo una lunga malattia. Come molti ricorderanno, dopo quattro giorni dalla tragedia, Charles vinse un bellissimo GP di Baku tra le F2.
“Senza di lui non ce l’avrei mai fatta“, ha asserito il ferrarista. “Di certo avrei fatto il pilota perché è nel mio DNA, però non sarei approdato nel Circus. Il suo esempio è stato fondamentale per la mia crescita come sportivo e come persona“, ha chiosato omaggiando quello che tutt’ora è il suo sprone assieme al compianto amico fraterno Jules Bianchi.
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