Lewis Hamilton racconta il momento della sua carriera in cui, pur avendo raggiunto il suo sogno, non era per niente contento
Da bambino, Lewis Hamilton aveva un obiettivo, come tanti suoi coetanei: quello di diventare un pilota di Formula 1. Ci è riuscito, e non solo: è diventato anche uno dei più vincenti della storia, raggiungendo quota sette titoli mondiali e cento vittorie.
Eppure, nonostante questa vita invidiabile e questa carriera pazzesca, c’è stato un momento in cui l’anglo-caraibico era tutt’altro che soddisfatto. Avvenne proprio nelle battute iniziali del suo approdo nella massima categoria automobilistica. Per la precisione nel 2008, la sua seconda stagione nel Mondiale.
Nell’annata di debutto, in McLaren, si era scontrato con Fernando Alonso, e ai test invernali di Barcellona, l’anno successivo, i tifosi dello spagnolo decisero di fargliela pagare. Solo che lo fecero nel modo peggiore, con striscioni razzisti, fischi, insulti e anche dipingendosi la faccia di nero in senso dispregiativo.
Oggi è Hamilton stesso a raccontarlo: “A inizio carriera anche io subii atteggiamenti razzisti, ma nessuno disse niente”, confessa ai microfoni del Wall Street Journal. “Io tacqui ma, pur avendo realizzato il mio sogno di essere arrivato in Formula 1, non ero felice”.
Come sanno fare i grandi campioni, però, anche Lewis riuscì a trasformare questo dolore in forza per rilanciarsi. E non solo dal punto di vista sportivo, ma anche impegnandosi in prima persona contro le discriminazioni, che lui stesso aveva subìto.
“Io e mio padre guardavamo persone come Tiger Woods“, prosegue. “Persone in grado di rompere gli schemi sociali, come anche le sorelle Williams nel tennis. E ci siamo detti: se possiamo fare qualcosa come questo, anche noi aiuteremo a cambiare il nostro settore”.
Ci è riuscito, tanto che nello stesso articolo in cui compare questa intervista, l’autorevole quotidiano americano lo ha incoronato “innovatore sportivo” della sua generazione. Primo pilota di colore a correre in F1, ha dato un impulso antirazzista importante a tutto il suo movimento.
“Tutto quello che è successo dopo la morte di George Floyd mi ha colpito duramente”, conclude. “Non potevo credere che così tante persone rimanessero ancora in silenzio su quello che era capitato. Voglio che la comunità nera sappia che la sto ascoltando e che sono solidale”.
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