Un mito assoluto, Nuvolari si rese protagonista di vittorie leggendarie, come quelle nel GP di Germania del 1935. L’11 agosto del ’53 la fine
“Correrai ancor più veloce per le vie del cielo”. Questa una delle frasi incise sulla tomba di Tazio Nuvolari, scomparso l’11 agosto del 1953, esattamente 68 anni fa. Uno dei più grandi piloti italiani di sempre, se non del mondo.
Le prime corse di Nuvolari ci furono negli anni 20, ma con le moto. Ed è lì che si guadagnò il nomignolo di “Campionissimo”. Ma la passione era per le quattro ruote. E per iniziare la sua avventura coinvolse il suo storico rivale Achille Varzi, a cui cedette due delle quattro Bugatti acquistate per costituire, nel 1928, la Scuderia Nuvolari.
Il primo successo arrivò al Gran Premio di Tripoli e, due settimane dopo, sul Circuito del Pozzo a Verona. La sua consacrazione, tuttavia, arrivò con l’Alfa Romeo, che lo aveva ingaggiato nel 1930 per sostituire Gastone Brilli-Peri dopo la sua morte in pista. Importante fu l’incontro anche con Enzo Ferrari, che lo volle nella sua neonata scuderia legata alla Casa lombarda.
Le vittorie cominciarono a fioccare, Nuvolari in breve tempo diventò una leggenda. Tanto che nel 1932 Gabriele D’Annunzio chiese al pilota mantovano di partecipare alla Targa Florio che sarebbe andata in scena da lì a due settimane e di vincerla. E fu così. E il Vate gli regalò una la tartaruga d’oro, che da quel momento diventò il suo portafortuna.
La vittoria più memorabile di Nuvolari arrivò al Gran Premio di Germania del 1935, quando battè le invincibili Auto Union e Mercedes con la sua Alfa Romeo P3, sotto gli occhi di Adolf Hitler.
Nuvolari non annunciò mai formalmente il suo ritiro, ma la sua salute andò ben presto deteriorandosi. Nel 1952 venne colpito da un ictus che lo lasciò parzialmente paralizzato, e morì un anno più tardi, l’11 agosto, a causa di un altro ictus. In pratica fu tutta Mantova a partecipare ai funerali del suo campione.
Tra le 25.000 e le 55.000 persone erano al corteo funebre, che fu scortato da altri grandi campioni del calibro di Alberto Ascari, Luigi Villoresi e Juan Manuel Fangio.
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