Un gruppo di (ex) bambini che ricevettero la visita umanitaria di Michael Schumacher non lo hanno dimenticato. E vogliono onorarlo così
C’è un gruppo di ragazzi di Sarajevo che, nell’ormai lontano 1996, ebbero la fortuna di incontrare Michael Schumacher. La leggenda della Formula 1, allora nel corso del primo anno di quella che si sarebbe rivelata una straordinaria avventura in casa Ferrari, ma già due volte campione del mondo con la Benetton, accettò infatti di partecipare ad un evento nella capitale della Bosnia-Erzegovina, reduce dalla guerra.
In occasione delle feste di Natale, fece visita ai bambini del posto e regalò loro giocattoli. Un momento di gioia straordinario, in un periodo difficile per la popolazione, che è rimasto scolpito nelle memorie di quei bimbi. Tanto che, oggi che sono cresciuti, vogliono restituire questo onore a Schumi, che oggi sta lottando in gravi condizioni di salute dopo la sua brutta caduta sugli sci.
Per questo un gruppo di loro ha convinto il consiglio municipale di Novi Grad Sarajevo a dedicare al Kaiser una strada, quella che collega l’aeroporto al quartiere Mojmilo. L’amministrazione locale ha già dato il suo via libera: “Li ringrazio per il loro sostegno, questo è un primo passo”, sottolinea Fahri Frlj, uno di quei bambini e uno degli iniziatori di questa iniziativa. “Oltre a loro, abbiamo informato anche la moglie di Michael Schumacher (Corinna, ndr) e l’ambasciata tedesca”.
Restano da sbrigare le ultime formalità burocratiche, poi la via Michael Schumacher a Sarajevo sarà una realtà. I ragazzi immaginano di organizzare un grande evento che attirerà l’attenzione della stampa mondiale. E anche di invitare i bambini a colorare i marciapiedi di rosso e bianco, per ricordare i cordoli delle piste di Formula 1, dove il sette volte campione del mondo era inarrivabile.
“Così lanceremo il messaggio che non abbiamo dimenticato Schumacher, perché lui non ha dimenticato i bambini di Sarajevo“, prosegue Frlj. “Vogliamo sostenere le sue cure e il suo recupero, perché lui venne qui a Sarajevo a visitare e a sostenere i bambini che avevano bisogno di cure. Rimasero tutti molto colpiti quando un campione del suo calibro disse: ‘Se i bambini di Sarajevo sono colpevoli solo di essere bambini, allora anche io sono un bambino di Sarajevo‘. Non possiamo dimenticarlo”.
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