L’incendio sulla Haas di Grosjean in Bahrein ha riportato alla luce antichi timori. Ma da che cosa è stato causato?
Niki Lauda Nurburgring 1976, Gerhard Berger Imola 1989, Jos Verstappen Hockenheim 1994. Questi i roghi più recenti vissuti dalla F1, fortunatamente tutti senza conseguenze letali. Episodi lontani nel tempo, che il paddock come i tifosi sembravano aver dimenticato, ma che domenica pomeriggio con Romain Grosjean sono riaffiorati e rimbalzati subito alla memoria.
Ma come mai la Haas del ginevrino ha preso fuoco nell’impatto con il guard rail? In un primo momento era stata data la colpa alla batteria, ma secondo l’ex direttore tecnico della Toro Rosso Gabriele Tredozi la causa è diversa. “Il palo di sostegno della barriera è stato colpito dalla parte posteriore sinistra della scocca provocando il distacco del retrotreno con il motore, mentre la benzina contenuta nel serbatoio è stata fortemente compressa nell’impatto tanto da far esplodere il tappo”, ha spiegato a Motorsport.com, imputando quanto accaduto ad una buona dose di sfortuna. “Il carburante è un liquido non comprimibile. Se si fosse già arrivati a metà gara avrebbe potuto occupare il volume dell’aria e, probabilmente, non avremmo visto quelle fiamme paurose”.
Come prassi la FIA ha comunque avviato un’indagine per chiarire la dinamica dei fatti. Come sappiamo malgrado una decelerazione di 53 g il telaio della Dallara ha permesso al 34enne di uscire dall’impatto pressoché indenne, senza alcuna frattura e con solo qualche ustione alle mani e alle caviglie, essendo tra l’altro fuggito dalla sua monoposto senza una scarpa. Anche dal punto di vista polmonare il casco ha svolto la sua funzione protettiva dai fumi tossici, per cui non sono emerse complicazioni. Un vero miracolo che ben fa comprendere quanto si sia lavorato sul fronte della sicurezza in F1.
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Chiara Rainis
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