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Categories: Formula 1

La Ferrari non vince perché troppo italiana. Ha ragione Berger?

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Alessandro

Secondo Berger la volontà di costruire un organico solamente italiano avrebbe allontanato la Ferrari dalla competitività di un tempo.

Sebastian Vettel e Charles Leclerc in pista (Foto Ferrari)

Dati alla mano la campagna 2020 del Cavallino è stata la più deludente dell’ultimo decennio e non solo in termini di risultati, ma di prospettiva in quanto per risalire la china al team sarà necessario del tempo e della pazienza come spesso la stessa dirigenza ha ripetuto. Oggi, quando mancano Turchia, il doppio round in Bahrain e Abu Dhabi, la Ferrari occupa il sesto posto nella classifica costruttori con 103 punti contro i 479 della neo iridata Mercedes. Un divario piuttosto ampio e in un certo senso inspiegabile se si pensa che lo scorso anno la SF90 aveva conquistato 9 pole position e 3 vittorie. In questa stagione a colpire è stata l’assenza di una strategia, di un programma di sviluppo, che l’ha portata ulteriormente a dover inseguire con fatica, zoppicante anche nei confronti della concorrenza che fino a qualche mese fa non esisteva neppure nelle parti calde del gruppo come Renault, Racing Point e in parte McLaren. Il perché a Maranello non si riesca più a cavare un ragno dal buco ha provato a spiegarlo Gerhard Berger, uno che dell’equipe di Modena se ne intende essendoci stato dal 1987 al 1989 e poi dal 1993 al 1995.

L’austriaco, parlando al podcast Motor Sport Magazine ha ripreso un concetto che aveva già espresso in precedenza, ovvero che la Scuderia continua a commettere un errore importante: tenta di privilegiare gli italiani, mentre nel Circus moderno vincere con un gruppo di un’unica nazione è ormai pressoché un’impresa impossibile. “La F1 è diventata complicata, di altissimo livello, per cui richiede l’impiego di personale al top. Quando comprenderà questa cosa trionferà di nuovo”, ha sostenuto il 61enne ricordando come nell’epoca d’oro del team ci fosse un francese, Jean Todt, nel ruolo di manager e “politico”, un pilota tedesco come Michael Schumacher, e un capo dell’aerodinamica sudafricano come Rory Byrne. Ma davvero è una mera questione di provenienza quella che sta tendendo lontana la squadra italiana dalla prima posizione?

Gerhard Berger (Foto MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Chiara Rainis

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Alessandro

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