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Stellantis affronta l’eredità di Tavares: il difficile rapporto con i fornitori e la creazione del Consiglio Europeo dei Fornitori

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Simone Tortoriello

Una stretta di mano, poi il silenzio di un capannone all’alba. In Europa, tanti fornitori dell’auto hanno vissuto anni tesi, fatti di listini compressi e telefonate dell’ultimo minuto. Oggi, però, da Torino a Lille c’è aria di ripartenza: Stellantis prova a rimettere al centro la fiducia e a curare ferite rimaste aperte.

C’è un’eredità che pesa. L’era di Carlos Tavares ha lasciato margini più snelli e relazioni più fragili. Il mantra del taglio dei costi ha funzionato sui conti, meno sulle persone. Ora il gruppo apre una finestra. Punta a trasformare la negoziazione in partnership. E a riportare al tavolo chi, pezzo dopo pezzo, tiene in moto l’intera catena di fornitura.

Perché il settore non aspetta. L’automotive europeo affronta nuove regole, volatilità logistica, transizione elettrica, clienti impazienti. In questo contesto, l’approccio “comando e controllo” si inceppa. Serve collaborazione vera, tempi rapidi, priorità condivise. Serve chiamare le cose con il loro nome e misurare i risultati.

Perché nasce il Consiglio europeo dei fornitori

Il punto arriva a metà strada: Stellantis istituisce lo Stellantis Europe Supplier Advisory Council. È il nuovo Consiglio europeo dei fornitori. Un forum operativo, non di facciata. Dentro siedono i massimi responsabili regionali del gruppo per le funzioni industriali e 26 partner fornitori che coprono tecnologie, commodity e competenze chiave. Il calendario è definito: tre sessioni nel 2026, ciascuna di un giorno e mezzo. Obiettivo semplice, esecuzione complessa: individuare sfide comuni, fissare priorità operative, produrre risultati “win-win”.

Il mandato è chiaro. Più trasparenza nelle decisioni. Processi più veloci. Un tavolo stabile per scovare colli di bottiglia e per creare gruppi di lavoro congiunti. Focus su competitività, innovazione e performance industriale. In parallelo, il Consiglio integra la voce delle principali associazioni del settore: Anfia in Italia e Fiev in Francia. Un segnale pragmatico. Le filiere non si governano dall’alto: si coordinano.

E qui torna l’immagine del capannone. Chi produce cablaggi o componenti meccatronici ha bisogno di visibilità sugli ordini e di condivisione tecnica anticipata. Anche una piccola variazione di specifica, comunicata in ritardo, brucia settimane e margini. Un forum strutturato può evitare questi cortocircuiti.

Cosa cambia rispetto all’era Tavares

Il cambio di passo è culturale. Dall’ossessione per la leva prezzo alla cura dell’ecosistema. Oggi i vertici europei del gruppo, da Emanuele Cappellano a Stéphane Dubs, spingono su co-progettazione e rispetto reciproco. Non è solo lessico. È la condizione per reggere una concorrenza sempre più aggressiva, in un mercato debole e con tensioni geopolitiche che scompaginano le forniture.

Tradotto sul campo: roadmap di prodotto condivise prima, qualità costruita insieme e non ispezionata a valle, rischi ripartiti quando salta una rotta o quando scarseggiano materie prime critiche. Se il Consiglio funzionerà, vedremo fornitori coinvolti prima nelle piattaforme elettriche, più investimenti comuni su materiali riciclati e software, meno gare-lampo che spremono senza creare valore.

Ci sono ancora zone grigie. Non è pubblico l’elenco completo dei 26 partner selezionati, né i KPI che misureranno i progressi. Senza metriche chiare, la buona volontà si scioglie in fretta. Ma il perimetro c’è e la posta è alta: resilienza industriale europea, occupazione, capacità di portare sul mercato prodotti davvero centrati sul cliente.

Alla fine resta una domanda semplice: basterà un Consiglio a rimettere in pari conti e fiducia? Forse no, ma è un inizio concreto. Come quando stringi un bullone e senti che l’allineamento è giusto. Il resto lo faranno il tempo, gli atti e quella parola poco spettacolare che tiene insieme tutto: partnership.

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Simone Tortoriello

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