Sebastian Vettel ha ormai archiviato il suo periodo in Ferrari: di fronte ad una precisa domanda si rifiuta perfino di menzionarla
I sei anni trascorsi alla Ferrari sono definitivamente nel dimenticatoio. Sebastian Vettel non rinnega la sua lunga permanenza a Maranello, ma da grande professionista qual è ha riposto la tuta rossa ormai nell’armadio. Oggi è un uomo Aston Martin a tutti gli effetti.
E la sua avventura in verde, iniziata non certo sotto i migliori auspici, è sembrata decollare nello scorso Gran Premio a Montecarlo, dove ha ottenuto il quinto posto: non solo il suo piazzamento più elevato dell’anno, ma anche da novembre scorso, quando salì per l’ultima volta sul podio con il Cavallino rampante in Turchia.
Insomma, il suo passato ferrarista sembra ormai così lontano da non nominare più nemmeno il suo vecchio datore di lavoro. Succede, quando amori così forti si concludono con una rottura brusca, che lascia dolori e amarezze. Ma succede, nel business della Formula 1, soprattutto quando un pilota diventa testimonial di un brand rivale, e allora citare un diretto concorrente in pista e sul mercato diventa quasi un peccato mortale.
Così Vettel si è dovuto produrre in una sorta di doppio carpiato verbale durante la conferenza stampa della vigilia del Gran Premio dell’Azerbaigian, quando un giovane tifoso gli fa una domanda che, involontariamente, risulta impertinente. Il quesito, all’apparenza, è semplice: quale macchina sognava di guidare da bambino?
Ma siccome quell’auto era proprio la Ferrari, e Seb non la può menzionare, allora deve selezionare con grande cura le parole, realizzando un vero e proprio funambolismo: “Quando ero piccolo, come sapete, ero tifoso di Michael Schumacher e lo vedevo guidare e vincere su quella macchina rossa. Mai e poi mai mi sarei immaginato di guidarla a mia volta, un giorno”, risponde il quattro volte iridato.
Non voleva salire sulla Ferrari, dunque, ma su quella “macchina rossa”. Un’espressione volutamente vaga, che forse non piacerà a qualcuno dalle parti di Modena, per lo sgarbo che sottintende: quello di snobbare l’azienda che gli ha pagato lo stipendio nelle ultime sei stagioni. Ma la Formula 1, lo sappiamo, è così: non c’è spazio per il cuore e le bandiere.
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