L’ormai storica manager degli Schumacher Kehm racconta le differenze tra Michael e il figlio Mick, pronto al debutto in F1.
Legata a doppio filo alla famiglia Schumacher da quando Michael decise nel 2010, dopo alcuni anni di inattività, di tornare a correre nel Circus accettando l’offerta Mercedes, Sabine Kehm è stata una delle principali protagoniste delle cronache della F1. Unico riferimento per i media desiderosi di notizie da quel 29 dicembre 2013 che ha fatto precipitare il Kaiser nel limbo, la potente manager tedesca, è diventata anche la portavoce del figlio del sette volte iridato Mick, pronto ormai al debutto in F1 con la Haas.
Profonda conoscitrice di entrambi la 56enne ha provato a tracciarne un profilo, individuando punti in comune e diversità. Riservati e poco avvezzi a manifestare le proprie emozioni in pubblico, i due sarebbero del tutto identici nell’attenzione posta al lavoro e agli obiettivi prefissati.
“Mick è ancora più discreto di Michael“, ha confidato alla stampa inglese. “Come lui sta dedicando tutto alla sua carriera automobilistica”.
Malgrado due profili quasi opposti, uno un talento naturale, l’altro una sorta di diesel, capace di ingranare ma solo dopo un po’ di rodaggio, il target è sempre stato lo stesso. “Arrivare in F1 era la sua priorità ed è stato chiaro sin dalle formule minori. Nonostante si tratti di categorie propedeutiche, sono piuttosto esigenti, di conseguenza bisogna dare tutto”, ha analizzato la Kehm.
Amante dell’automobilismo tout court e stacanovista come il papà per quanto riguarda la preparazione fisica, il 21enne sarebbe uguale al genitore anche per la spiccata precisione e meticolosità.
Il campionissimo di Kerpen avrebbero però dalla sua un elemento, l’essere stato quasi un antesignano Dell’atletismo. “Ora per tutti i piloti fare una vita fuori dai circuiti controllata è normale, ma fu lui a renderlo una regola”, ha concluso la procuratrice.
Chiara Rainis
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