Russell riflette su uno dei problemi principali della F1 attuale, ovvero l’eccessiva importanza del mezzo meccanico sul pilota.
Che nella F1 di oggi il pilota conti relativamente poco rispetto all’auto che guida è cosa nota. Per anni si è ripetuto il mantra di un mondiale ormai trasformato in materia per gli ingegneri in cui chi è al volante ha davvero poco margine d’azione. E il 2020 ci ha dimostrato che in effetti è proprio così. La macchina di cui si dispone è fondamentale per la riuscita di una gara. Ne sa qualcosa George Russell che dal Bahrain ad Abu Dhabi ha visto il mondo capovolgersi e ricapovolgersi ancora.
Saltato sulla Mercedes lasciata libera da Hamilton, assente per Covid nella seconda corsa sul circuito di Sakhir, l’inglese è parso subito in palla e più competitivo addirittura di Bottas che la W11 la conosce alla perfezione, ma solo una settimana dopo, a Yas Marina, con la Williams, era di nuovo a lottare nelle retrovie. Un passo del gambero spiegabile semplicemente con la differenza abissale tra le due monoposto.
“Non dimenticherò mai quei giorni e la meravigliosa opportunità che mi è stata concessa”, ha dichiarato il 21enne ad F1i.com raccontando poi un aneddoto che ben fa comprendere come in un attimo sia passato dalle stelle alle stalle. “A cinque giri dal termine dell’ultima prova del campionato ho guardato negli specchietti retrovisori e ho vissuto la stessa esperienza del Bahrain. Ho detto via radio “Valtteri è dietro di me”. Il problema è che in questa occasione mi stava doppiando. Questo per confermare, se ce ne fosse bisogno che adesso si dipende fortemente dalla vettura che si ha tra le mani”, ha concluso amaramente.
Purtroppo per loro e per noi spettatori, malgrado la FIA stia cercando di modificare le regole e rendere i GP più vissuti e battagliati è difficile pensare che nel prossimo futuro, il corridore possa tornare ad avere un peso maggiore del mezzo.
Chiara Rainis
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