Una spifferata da un team rivale della Ferrari avrebbe fatto aprire l’inchiesta Fia che ha poi portato al depotenziamento del motore di Maranello
Per comprendere le ragioni profonde del disastro in cui è sprofondata la Ferrari in questo inizio di stagione 2020 non si si può fermare al presente, ma bisogna guardare al passato. Procedere a ritroso, riavvolgendo il nastro della storia recente, una scena alla volta. E così, prima di arrivare al flop di quest’anno, c’è stata una stagione come la scorsa, con molti bassi, ma anche qualche alto, quantomeno in termini di competitività della vettura. Frutto soprattutto di un motore che, a detta di tutti, era nettamente il più potente del lotto.
Peccato che per strizzare fino all’ultimo cavallo da quel propulsore, evidentemente, a Maranello i tecnici si sono spinti troppo al limite del regolamento. Di irregolarità vera e propria non si può parlare, ma il dato di fatto è che la Federazione internazionale dell’automobile ha aperto un’indagine e l’ha chiusa con un controverso accordo segreto, ma anche con due direttive tecniche. In sostanza, due chiarimenti che hanno posto in maniera molto precisa il limite su ciò che è consentito e ciò che non è consentito in materia di power unit. Costringendo la Rossa, per stessa ammissione di Mattia Binotto, a fare un passo indietro e a perdere dunque buona parte della sua superpotenza.
Non è dunque una sorpresa che una macchina come la SF1000, pensata aerodinamicamente per puntare sul carico, nella consapevolezza di poter far scatenare tutti i cavalli del suo motore in rettilineo, una volta che si è ritrovata con un propulsore depotenziato ha pagato pesantemente dazio in termini di prestazioni complessive. Se la Ferrari va piano, dunque, è per via dell’inchiesta della Federazione che ha tagliato le unghie alla sua power unit. Ma, procedendo ancora a ritroso, come è nata questa famigerata inchiesta? Proprio qui viene il bello: l’elemento scatenante sarebbe stata la soffiata di un ingegnere avversario del Cavallino rampante. Questo è il clamoroso retroscena scritto sul Corriere della Sera di oggi da una storica firma dei motori come Giorgio Terruzzi.
“Nell’autunno scorso una chirurgica operazione di spionaggio industriale prese corpo”, si legge nell’articolo, “innescata da un team antagonista della Ferrari con la complicità di qualcuno che della Ferrari conosce i risvolti più segreti. Ad ammetterlo è un tecnico della Fia che pretende anonimato mentre racconta come l’indagine federale proprio su istigazione di un team prese il via. Con qualche contraddizione poiché la modalità per ottenere quelle informazioni risultava illecita”.
Una nuova spy story, dunque, dopo quella del 2007 esplosa quando si scoprì che i progetti riservati erano usciti da Maranello per finire nelle mani della McLaren. Anche stavolta qualcuno avrebbe spifferato e quella voce sarebbe finita fino ai piani più alti di place de la Concorde a Parigi. Del resto, ribadisce Terruzzi, sarebbe “impossibile per la Federazione verificare in profondità ciò che accade nelle officine” se non c’è qualcuno da dentro a rivelarne i misteri più nascosti.
Il paradosso sarebbe dunque quello che oggi la Ferrari sarebbe l’unica squadra ad avere un motore completamente pulito, mentre forse qualche rivale continua ad adottare trucchetti al limite delle regole. Ma, per fare pulizia, si è dovuti ricorrere ad un soggetto decisamente sporco: una spia.
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