“Devo dire che ho fatto molta pressione sul nostro staff per fare tutti i controlli necessari”, ha dichiarato a Motorsport.com. “E’ giusto che ogni squadra agisca nel rispetto del regolamento. Di conseguenza abbiamo avviato delle verifiche molto, molto complesse per cercare di capire se ci fosse stata una violazione”.
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“Era successo pure quando ad Abu Dhabi abbiamo indagato sull’auto di Leclerc e i commissari hanno deciso che si trattava di un errore umano. Allora venne imposta una multa”, ha proseguito esaltando il proprio atteggiamento limpido e poco propenso a favorire l’ex datore di lavoro.
Il 74enne ha poi chiarito la motivazione dell’inglorioso accordo sottobanco che di fatto ha provocato una seconda ondata di polemiche contro la Ferrari, facendo emergere l’incapacità dell’ente federale di comprendere se una vettura sia in linea con ciò che detta il regolamento.
“Avrei potuto decidere di passare il caso alla corte d’appello”, ha sostenuto. “Ma ci sarebbero voluti anni per avere una risposta definitiva e questo non sarebbe stato nell’interesse della F1”.
In poche parole Todt ha confermato di aver dapprima fatto pressione perché si andasse a fondo e si scoprisse se il motore utilizzato sulla SF90 da Singapore in avanti fosse “dopato”, e poi, per paura della burocrazia e delle lungaggini, di aver archiviato la vicenda a tarallucci e vino tra l’altro in maniera poco elegante.
Chiara Rainis
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