Helmut Marko, plenipotenziario della Red Bull, continua a insistere sul fatto che la Formula 1 avrebbe dovuto correre il Gran Premio d’Australia
La decisione degli organizzatori del Mondiale di Formula 1 di cancellare il GP d’Australia e fermare i Gran Premi almeno fino a giugno è stata complicata e sicuramente presa controvoglia, ma alla fine si è rivelata pressoché inevitabile, alla luce della diffusione della pandemia di coronavirus.
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Ma non per tutti. Il plenipotenziario della Red Bull, Helmut Marko, che già si era espresso in passato con dichiarazioni scettiche sulla reale pericolosità del virus e con la sua esplicita contrarietà ad interrompere il weekend di gara, è tornato a giorni di distanza a stigmatizzare la decisione dei piani alti del campionato.
“Speravo che la Formula 1 potesse dare l’esempio”, ha dichiarato Marko ai microfoni del sito austriaco OE24. “In Australia gli organizzatori e le autorità locali volevano correre. Poi è arrivato il caso di positività nel team McLaren e il capo di Toto Wolff gli ha ordinato che la posizione della Mercedes era quella di fermarsi”.
Il boss di Bibitari ha raccontato come ha vissuto personalmente il breve fine settimana del GP d’Australia: “Ho trascorso quattordici ore a Melbourne. Sono atterrato venerdì, lo stesso giorno in cui hanno annullato il GP. Poi sono tornato immediatamente indietro, passando per Dubai. L’aeroporto è la casa del coronavirus. Un numero enorme di persone di tutte le nazioni si è assembrato in uno spazio chiuso. Se il virus non lo prendi lì, non saprei in che altro posto potresti prenderlo”.
Secondo Helmut la corsa poteva andare avanti anche in assenza della McLaren, che si era ritirata per il contagio accertato di un suo dipendente: “A Indianapolis 2005 la gara partì anche se parteciparono solo tre squadre. Se venerdì fosse scattato il semaforo verde, gran parte dei team sarebbe scesa in pista. L’atmosfera sul volo di ritorno era strana: tre quarti dei passeggeri erano addetti ai lavori della Formula 1”.
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